Prima ancora di discutere della produzione e della circolazione della cultura nella nostra città è opportuno chiarire ciò che si intende con il termine ‘cultura’, giacché la equivocità che caratterizza tale termine ne fa oscillare i molteplici significati fra i due poli di un ‘oggetto senza concetto’ e di un ‘concetto senza oggetto’. Il mio sommesso avviso è che proprio questa mancanza di definizione renda inevitabili sia la riduzione ‘gastronomica’ della cultura sia la conseguente problematica circa gli effetti eupeptici (o dispeptici) del suo consumo, laddove appare sempre più chiaro che è esattamente quest’ultimo a determinare, in ultima istanza, l’insieme del processo di produzione, circolazione e diffusione degli eventi e delle iniziative correntemente definiti come ‘culturali’. Sennonché la polifonia (ma anche la cacofonia), che scaturisce da manifestazioni e iniziative molteplici e non di rado concorrenziali, sembra attestare, insieme con una scarsa disponibilità ad un autentico confronto delle posizioni, un’elevata propensione verso le mode culturali e, spesso, un uso strumentale delle idee. Accade così che giudizi di valore e conflitti di posizioni siano sommersi in una melassa indistinta che viene spacciata come espressione di pluralismo quando, in realtà, non è altro che deteriore eclettismo. Di conseguenza, la rinuncia a formulare giudizi di valore e ad eludere conflitti di posizioni, anziché aiutarci a capire meglio chi siamo aprendo la via ad una presa di coscienza, ha accentuato una sorta di ‘alienazione culturalistica’ per cui si tende, da un lato, a dissimulare che la cultura di fatto interessa poco e, dall’altro, si ritiene doveroso affermare che i prodotti culturali sono di per sé un valore, anche quando non hanno valore.
In questo senso, tanto per fare alcuni esempi di un’offerta culturale plasmata sulle propensioni consumistiche dei ceti semicolti e quindi tale da alimentare la suddetta alienazione, è doveroso citare, in primo luogo, gli incontri promossi dalla fondazione di Palazzo Ducale, in cui il cibo che, ai più diversi livelli, viene cucinato e ammannito è sempre più scadente, anche se infiocchettato e guarnito nei modi più diversi, suggeriti o imposti da quel nuovo ramo della produzione di merci che è la ‘spettacolarizzazione della cultura’. Del resto, è proprio nella ‘spettacolarizzazione della cultura’ che il nostro paese (e Genova non fa eccezione) sta affermando un suo indubbio primato, riassumibile nella formula ‘notti bianche e biblioteche inefficienti’. Per la verità, se a Genova le biblioteche civiche, retaggio prezioso delle precedenti amministrazioni, sono un punto di forza del sistema culturale, che va rafforzato e potenziato, non può che stupire, anche se non è di sua diretta competenza, la cecità dimostrata dall’ente locale per le difficoltà di studio e di ricerca subite dagli studenti, dai docenti e dai cittadini interessati a causa del protrarsi delle operazioni di salvaguardia e trasferimento dei beni librari della Biblioteca Universitaria nella nuova sede di piazza Acquaverde, così come per la sorte dell’importante patrimonio documentale e librario del “Centro ligure di storia sociale” fondato da Gaetano Perillo, eminente studioso della storia del movimento operaio, socialista e comunista, patrimonio disperso in tanti rivoli e di cui, in pratica, si sono ormai perse le tracce.
Occorre pertanto una svolta che deve concretizzarsi: a) in un mutamento di ottica dalla “cultura per la città”, espressione di un paternalismo illuministico limitato ed asfittico, ad una “cultura con la città e nella città” orientata sulle periferie e non più soltanto sul centro; b) nel sostegno alle iniziative, alle esperienze e ai progetti di integrazione socio-culturale che sorgono dal ricco tessuto associativo che esiste nelle diverse Genove che compongono Genova; c) nella tutela rigorosa e nella piena accessibilità delle risorse esistenti; d) nel rilancio della cultura umanistica, non in opposizione ma a fianco e in sinergia con la cultura scientifica che da tempo ha ottenuto il giusto spazio che le spetta.
Già, la cultura: ma che cos’è e, soprattutto, che cosa fa (o deve fare) la cultura, se non si vuole ridurre ai suoi usi ‘gastronomici’ e consumistici? La risposta, non ho dubbi, è contenuta in questa classica definizione di Antonio Labriola, un vero ‘memento’ per tutti coloro che intendono fare della cultura una lente per interpretare il mondo e una leva per cambiarlo: «Cultura è esattezza di precisa osservazione, vivacità di fantasia corretta, penetrazione del pensiero nel mondo delle cose, umanità di sociali intendimenti».
Eros Barone
Circolo Culturale Proletario di Genova
Luglio 2016